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Grecia, manette per un link satirico automatico

di Marco Grasso

giovedì 2 novembre 2006

'Aggregatore web', 'linkare', 'feed Rss', 'blogosfera'. Per i molti che masticano poco d'informatica, la maggior parte di questi termini non dirà nulla. Non sono più di uno slang  usato da quindicenni che violano (nei film di solito) i computer del Fbi. Per tutti gli altri, invece, i vocaboli non solo suonano familiari, ma sono il cuore della democrazia moderna: Internet. La Rete, si sa, è lo spauracchio dei poteri autoritari di mezzo mondo.  Fa paura la libertà di espressione che porta con sé. Per questo molte dittature cercano di imbavagliarla. Molte dittature, appunto. È singolare invece che lo scontro tra censura e web coinvolga un Paese democratico. Come la Grecia.

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Giovedì 26 ottobre,  Antonis Tsiporpoulos, gestore di un servizio di aggregazione web (Blogme.gr), viene arrestato con l’accusa di aver “linkato” un sito di satira che sbeffeggia un personaggio pubblico greco. Una persona influente, che querela e mette in moto l’autorità. Copione già visto. Che si tinge di colori tragicomici se si aggiunge chi è il plagiato: Dimosthenis Liakopoulos, colorito santone televisivo tacciato di antisemitismo. Attenzione al paradosso delle accuse che cambiano in un mondo che cambia: "linkare” significa semplicemente collegare il proprio sito a un altro sito con un link, cioè un legame, simile alle tradizionali note dei libri. Unica differenza: con Internet la fonte citata risulta immediatamente consultabile. Nel caso Blogme, peraltro, il collegamento non è avvenuto con l'intervento manuale del gestore del sito ma totalmente in automatico, tramite un aggregatore: un programma (filtro Rss) che permette di selezionare le novità pubblicate da altri siti.

 

La questione rischia di creare un precedente. Proprio ad Atene, è cominciato lunedì 30 ottobre l’Internet Governance Forum 2006. Già si pensava di dedicare parte del summit alla libertà di espressione online. È facile immaginare che ora l’evento farà da cassa di risonanza al caso. Per la comunità di bloggers, fatti del genere sono avvenuti  solo in Paesi come Cina o Singapore. Il sito rimane tutt'ora bloccato ad un comunicato stampa del 31 ottobre, che invoca la necessità di stabilire delle leggi nel far west della rete.

 

L’interrogativo è: può il gestore di un sito web essere giudicato responsabile per quello che scrive un altro sito, solo per avere un servizio che ne indica l’indirizzo automaticamente? Non è una domanda facile cui rispondere, soprattutto per l’apparato legislativo tradizionale. Tanto più che Liakopoulos ha denunciato il gestore del sito, un intermediario in fin dei conti, per una ragione sola: era impossibile perseguire il presunto delatore (FunEl Blog), dato che questi si appoggia a un server americano, irraggiungibile dalla polizia informatica greca.

 

A nuovi capi d’accusa, nuove professioni: cercasi disperatamente giurista informatico per risolvere il caso.

MARCO GRASSO partecipa al primo Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano